Avatar e YouPorn

WorldWideWeb, Social District, ore 23:47
– i giapponesi non fanno più figli perché preferiscono le donne virtuali –

Identificati con il proprio avatar, il proprio selfie, la propria moda, sedicenti giornalisti, cerebralmente finiti, si muovono da nativi nella web economy, confezionando tentativi di successo, catalogando fatti e contesti con #hashtag e emoticons, seguendo canoni di bellezza e moda di cui diventano ammiratori, persuasori e persuasi, dipendenti, artefici e vittime, allo stesso tempo, comunicatori marginali, ma con l’illusione di esserci davvero.
Identificati nella migliore immagine di sé che intendono confezionare e offrire alla platea potenzialmente infinita, sedicenti designer, fotografi e stilisti, condividono standard estetici a cui ambire, sperimentano approcci inbound nel loro divenire oggetti di strategie outbound quotidiane da parte dei “mass-“, delle “multi-“, dei “broadcast”, e di canoni ai quali loro stessi tendono e dai quali loro stessi dipendono.

Identificati nelle opportunità di interazione offerte dalla web society, sedicenti politologi e filosofi creano dibattiti senza premesse, invocando autori che, al tavolino, con un bicchiere di vino e un pezzo di carta su cui ragionare, non saprebbero gestire.

Identificata da un nome utente e protetta da una password, una ragazzina sposta pericolosamente troppo in là il confine del suo privato, ridefinendo il concetto di “privacy”, divenuto ambiguo nel momento in cui vivere coincide con “pubblicare on-line”, al punto che il concetto stesso di condivisione che sta alla base delle relazioni umane viene ridisegnato e attualizzato ad un livello estremo di assoluto paradosso, per il quale se “non mostri on line quello che hai fatto è come se non lo avessi fatto”; ed è così allora che vivere non è più una questione di materia ma nemmeno un compromesso di liquidità e fusione tra rete e circostante, ma una realtà in tutto e per tutto nuova, in cui per sentirsi vivi è necessario “postare”, con il rischio di perdersi un tramonto scegliendo il #selfie migliore tenendo alle spalle il sole che cala sul mare, quando sarebbe molto più bello girarsi e sedersi abbracciati a guardarlo, quel favoloso e dannato tramonto.

E così anche la morte scorre diversa nella società delle reti: identificati da una finta luce votiva, il proprio nome e cognome, anche il cimitero è online ormai, e quello vero risulta meno efficace, più umido, scomodo, lento, soprattutto statico: e allora si ritrova Silvia in tutto il suo splendore, o Marco, Antoine, e gli altri. E le pagine Facebook nelle giornate scosse da tragedie collettive, come quelle causate da disastri ambientali o atti terroristici, si affollano più delle strade. Si signori, il web ci guarda crescere, divenire, e racconta di noi anche dopo, per mano di chi come noi intasa i social di tutto il Pianeta, nel suo cimitero on line fatto di video, foto e post di amici e parenti in un susseguirsi di commenti e dialoghi unidirezionali con il nulla, per sempre, finché non saremo costretti a sostituire le case con i server.

Identificati dal proprio corpo ma protetti dalla navigazione privata, giovani e adulti internauti si eccitano davanti a donne e uomini perfetti su YouPorn, con il risultato di perdere interesse per chi è vero e di far guadagnare più soldi all’industria del porno.

Identificati dal proprio smartphone, giovani amici al bar non parlano di cambiare il mondo, ma direttamente con esso, distante da loro, ed ognuno distante da chi gli siede accanto.

Identificati sotto innumerevoli aspetti e contesti, cambiano ogni giorno gli usi, le abitudini, i modi, i costumi, gli approcci e i percorsi di vita.

Cercando allora su #Google se esiste risposta, mi chiedo: saranno le novità che ci stupiranno, o sarà il quotidiano, a farlo, così liquido, tra l’apparire e l’essere, al punto che non ci sarà più differenza, al punto che raccontarsi consentirà, in qualche modo, di essere considerati “vivi”, e lo stupore sarà non rimanere più stupiti per nulla?

Mi hanno sempre insegnato che stupore e curiosità sono base e sintomo di una mente sveglia. Ho anche letto che in Giappone la popolazione si ridurrà di un terzo entro il 2060. Si, i giapponesi non fanno più figli perché preferiscono le donne virtuali, o artificiali, perché assuefatti dai canoni estetici delle sexy girls dei manga. Vengono definiti Otaku. Con l’effetto del web globale i canoni vengono definiti da Instagram & Co., siti porno compresi, con il risultato che di Otaku si riempie il Mondo.

Ci stupiremo allora se scopriremo che non saranno solo gli Otaku ma saremo tutti, viziati da canoni che non potremo controllare, a castrare la vita, con l’illusione però di farne parte?

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