Inside Ghetto Quartiere

bimbopoveroI Centri di Aggregazione Giovanile sono strutture a carattere non residenziale. Offrono un servizio ricreativo orientato alla gestione del tempo libero e allo sviluppo della personalità giovanile attraverso modalità culturali e ricreative.

A Roma ne esistono circa sessanta. Per la mia ricerca mi sono concentrato su uno di essi, il “Street o’Soul”.

Segue relazione.

Un Centro di Aggregazione dovrebbe, come da nome, “aggregare”, premessa più complicata di quanto sembri, per il cui successo non bastano le scartoffie istituzionali di cui si fa vanto l’Amministrazione né i permessi e gli spazi distribuiti ai Centri stessi.

Le attività principali di questi luoghi sono spesso suddivise in macro aree educative, il più delle volte distinte, anche nelle relazioni mensili da essi rilasciate e nella progettazione annuale, in: laboratori, attività motorie e sportive, attività ludico ricreative ed artistiche.

Se bastasse la pianificazione formale degli obiettivi e degli strumenti da utilizzare per favorire il processo di aggregazione, non ci sarebbe niente da dire: le attività, appositamente studiate, creerebbero, aggregherebbero, e chiusi i discorsi.

Minimo sforzo, massimo risultato.

Come sappiamo invece, il processo sociale è strettamente legato, per alcuni versi, al contesto e all’appartenenza a determinate realtà, situazioni dalle quali non possiamo prescindere nell’analisi delle relazioni interpersonali e comunicative in un gioco di delicati equilibri, disequilibri e rapporti quale è il Centro di Aggregazione.

Al di là infatti delle reti di una società dell’informazione sempre più globale, nella quale le persone vivono sempre più interconnesse e si adeguano a dinamiche di gruppo in una vita sempre più rapida e mutevole, disancorata da forti vincoli allo spazio ed al tempo a tal punto che Bauman la definisce liquida, il contesto del centro di aggregazione che ho avuto modo di osservare è strettamente legato e dipendente dalla realtà locale e dagli assetti sociali a cui appartengono coloro che lo frequentano.

Esso sorge infatti in un quartiere che presenta gravi e consolidati problemi di carattere economico e sociale, soggetto peraltro ad una forte ghettizzazione che ne amplifica le già critiche condizioni.

La maggior parte dei ragazzi e dei bambini che frequentano il Centro appartiene a nuclei famigliari instabili, sovente composti da un’unica figura genitoriale a causa di vicende penali o processi civili che ne hanno mutato l’assetto.

La piazza centrale dell’area, quella in cui è fisicamente ubicato il Centro, è interessata dalla più manifesta anarchia, tra spaccio di droga e risse.

Non si sono mai verificati però attriti tra le due realtà: sono infatti compresi e diffusi all’interno del quartiere l’importanza e il senso dell’attività aggregativa portata avanti da ormai più di quindici anni.

Chi frequenta il Centro ha l’opportunità di creare e mantenere relazioni stabili, ricevere aiuto per lo studio, apprendere attraverso i laboratori attività interessanti e spesso tese a stimolare future pratiche lavorative o comunque utili per la convivenza sociale, praticare uno degli elementi aggregativi d’eccellenza: lo sport.

Attraverso un dialogo continuo, confidenziale e sincero tra ragazzi ed operatori sono maturate nel tempo realtà interessanti, nelle quali l’esempio dato dagli operatori ha in qualche modo stimolato nei ragazzi un modo di pensare e “guardare al Mondo” altrimenti preclusi dalle dinamiche di quartiere e, in alcuni casi, da quelle famigliari.

Favoriti dalle attività pianificate dal Centro, i ragazzi familiarizzano e si conoscono, dialogando informalmente sulle più diverse questioni.

Il rapporto che li lega agli operatori ha spesso portato alla richiesta esplicita di discussioni di gruppo su problemi d’ambito sociale, emotivo, politico, sessuale, di crescita personale e di comunità.

In un contesto allegro e serio allo stesso tempo, orchestrato da regole e simultanee concessioni e libertà, vengono stimolate la crescita (gradualmente orientata verso una socialità marcatamente aperta) e la capacità di critica e giudizio.

Sovente i ragazzi ragionano inoltre sui comportamenti e sulle dinamiche interpersonali e sociali che si verificano sia all’interno del “ghetto-quartiere” che al di fuori di esso e sono ormai capaci di trarre conclusioni normali (dal nostro punto di vista), ossia depurate da ogni pregiudizio di quartiere.

In sostanza si cerca di dare a chi frequenta il Centro una “rotta” ed un’educazione esterne ad una realtà, quella locale, che spesso è fortemente aliena alle normali regole sociali che tutti conosciamo.

Per arrivare a completare il quadro delle conclusioni fin qui descritte e raccolte attraverso un contatto diretto ottenuto sia recandomi al Centro di Aggregazione di persona ed osservando sia parlando con operatori e cittadini, ho provato a fare qualche domanda ai ragazzi, per capire quale fosse il motivo che li spingeva a frequentare tale luogo e, più precisamente, per verificare quanto gli intenti alla base di tutta l’attività aggregativa fossero quelli realmente percepiti dagli adolescenti.

Le risposte sono state tutte abbastanza omogenee. Ne offro di seguito un breve riassunto descrittivo, senza riportare le singole domande.

La maggior parte degli adolescenti e dei bambini che frequenta il Centro è del quartiere ma non mancano diversi elementi esterni ad esso. Si possono distinguere due gruppi, uno che va dai 6 ai 12 anni ed uno dai 13 ai 18. Questa divisione permette una differenziazione di laboratori e di attività ponderata e pensata in relazione all’età dei partecipanti, ai loro interessi ed alle loro capacità.

Ci sono momenti (molti) però di aggregazione ed integrazione dei due gruppi.

Il macrogruppo, quello formato dai due sottogruppi, è multietnico, e non si notano particolari atteggiamenti di esclusione per la differente derivazione di nascita.

Tutti si dichiarano abbastanza soddisfatti del Centro, sia da un punto di vista funzionale al lavoro (laboratori, incontri con impiegati dell’Ufficio Del Lavoro ecc.) o allo studio (aiuto nei compiti, ripetizioni ecc.) – questa è forse la dimensione “utile” del Centro – sia da un punto di vista sociale ed emotivo.

Molti di loro descrivono infatti l’ambiente come una famiglia allargata, altri come un amico e così via. Il punto comune poggia forse sulla garanzia d’ascolto e comprensione che tutti sono certi di riscontrare all’interno, sia con gli operatori che con i compagni.

L’allargamento negli anni delle attività svolte e la partecipazione attiva di persone, sia bambini che adulti, esterne al quartiere ha favorito il confronto e la coesistenza di realtà diverse in ogni momento di vita del Centro, utili per un progresso ed una formazione sociale più complete.

È importante poi rilevare il profondo senso di appartenenza che lega i ragazzi al centro, senso che in molti casi li ha spinti ad assumersi responsabilità dirette per il mantenimento delle attività, come quella volta in cui il Comune non poté pagare alcuni interventi di ristrutturazione delle stanze ed alcuni di loro proposero ed ottennero di intervenire loro stessi, insieme agli operatori, nella manutenzione dei locali, grazie a tecniche apprese negli anni di laboratorio proprio presso quelle stesse stanze che rischiavano di cadere in malora.

Sempre a sostegno di questo legame, è doveroso notare che quelli che frequentano il Centro da circa dieci anni, ormai prossimi alla maggiore età, hanno sviluppato un senso di rispetto e fiducia nei confronti degli operatori e della società che non è altrettanto evidente (non mi azzardo a dire “presente”) in altri ragazzi del quartiere. Questo “modo di vedere il Mondo” diverso, per la maggior parte delle persone “normali”, un Mondo alieno alle logiche del furto o ai vincoli dello spaccio e della droga, o perlomeno la coscienza che un Mondo migliore esista e si trovi appena fuori da quei palazzi e soprattutto la certezza che sia accessibile anche a loro, tutto questo, l’aver formato e alla maniera di Socrate “allevato” ed indotto questa consapevolezza nei ragazzi del Centro, è uno dei maggiori successi, in termini emotivi e puramente morali, degli operatori.

Roma, Gennaio 2013.

Sopravvissuto alla fine del mondo.

credits photo: thanks Ioana, https://pixabay.com/photo-1898414/

“Street o’Soul”: nome modificato per questioni di privacy

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